martedì 21 dicembre 2010

La banda dei Babbi Natale



Mirano alto Aldo, Giovanni e Giacomo per riconquistare agli occhi del pubblico e della critica una credibilità cinematografica incrinatasi non poco con la prova natalizia del 2008 Il cosmo sul comò. Prima dei titoli di testa, infatti, lo schermo si vede occupato nella sua interezza da una palla di vetro che fa scendere neve su una riproduzione dorata del Duomo di Milano, e qui la memoria non può che scivolare al celebre avvio di Quarto potere, con quella sfera e quella baita assediata da un turbinio di soffici fiocchi bianchi, simboleggiante l’infanzia strappata via a colpi di carta bollata a Charles Foster Kane. Ed è sulla giovinezza e sugli affetti perduti che si articola sostanzialmente questo La banda dei Babbi Natale, che prende le mosse dall’arresto, la sera della vigilia, del trio di protagonisti, sorpresi in flagranza di reato mentre, con indosso costumi da Babbo Natale, si danno alla scalata di un palazzo. Tradotti in questura, si daranno un gran daffare per chiarire a un’ispettrice - costretta a trattenersi in servizio, con buste della spesa cariche in dotazione, causa febbre a 40°del collega di turno (con certificato proveniente da una località di villeggiatura) - l’equivoco in cui sono caduti gli agenti, ripercorrendo le proprie vite fino a quel momento: Aldo convive burrascosamente con una donna che gli rimprovera il vizio delle scommesse e il suo essere un bambino mai cresciuto, oltre che disoccupato di lungo corso con scarsa inclinazione alla ricerca di un lavoro che non sia quello ’ideale’; Giovanni è un veterinario dal prestigio più esibito che reale, utilizzatore abituale del bagno di un autogrill, dove si cambia prima di lasciare l’Italia per la Svizzera, atteso da una ragazza, di facoltosa famiglia, che conta i giorni che la separano dal matrimonio, inconsapevole del fatto che l’uomo ha già una consorte a Milano; Giacomo, medico affermato, non riesce a dimenticare la moglie defunta, con conseguente difficoltà ad aprirsi all’amore verso una collega.
La regia di Paolo Genovese ben asseconda una struttura alla Quel pomeriggio di un giorno da cani e raccoglie il plauso anche per non disperdere, nel generale divertimento, diramazioni più riflessive veicolate da quella palla di vetro con il Duomo innevato.
Sempre affidabile Angela Finocchiaro, qui nel ruolo del sensibile funzionario di polizia che si fa carico delle confessioni a cuore aperto dei tre ‘malviventi’ seduti di fronte a lei ed esilaranti le apparizioni di una Mara Maionchi in versione ‘picchiatutto’ e di un Cochi Ponzoni dalla batteria del pacemaker affidata alle cure di un dottor Frankenstein in erba.

Regia: Paolo Genovese. Interpreti: Aldo Baglio, Giovanni Storti, Giacomo Poretti, Angela Finocchiaro. Genere: Commedia. Durata: 100 min. Produzione: Italia 2010


Originariamente pubblicato su Il Giornale di Puglia in data 21 dicembre 2010

sabato 11 dicembre 2010

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni


La sagace penna di Woody Allen torna ad arricchire il cartolaio consumando fogli su fogli nei riguardi di una Londra che per la quarta volta firma il contratto che la vincola a mettere su il palcoscenico ideale, dopo i brillanti risultati ottenuti con Match Point e Scoop, qualcosa in meno con Sogni e delitti, a rappresentare il nuovo atto della commedia umana che l’instancabile 75enne regista newyorchese continua a elaborare da una quarantina d’anni a questa parte.
Su uno spunto di partenza dato da una frase nel repertorio delle cartomanti: "Incontrerai uno sconosciuto alto e bruno" per non fare pesare i soldi spesi, seguiamo le stropicciate esistenze di Helena - sedotta dalle lusinghe di una veggente, appunto, dopo che il marito Alfie, sorpresosi una notte a pensare all’eternità e lasciatosi prendere da panico smodato, decide di riacciuffare la gioventù spedendo la chiave di casa alla rottamazione per arrivare infine a contrarre matrimonio con Charmaine, un’attricetta che fino a qualche tempo prima arrotondava con il mestiere e che, oltre a una testa che definire vuota sarebbe fin troppo generoso, non si impegna granché a far sì che il passato non torni a farsi vivo - e di sua figlia Sally, il cui ménage con Roy è messo a dura prova dall’incapacità di questi di dare seguito a un fortunato romanzo di esordio, oltre che dal voler rimandare troppo a lungo la scelta di rapporti sessuali senza protezione. E certo la cocciutaggine nel non voler soffiare via la polvere a una laurea in medicina non aiuta.
Due donne forti, Helena e Sally; ma di una forza che in un mondo perfetto avrebbero in orrore: l’una che la alimenta con un mazzo di carte assurto a dogma (lacerante e indimenticabile il primissimo piano di Sally alla constatazione che la madre è definitivamente perduta), l’altra con la sofferta accettazione che solo il divorzio può (forse) ricucire gli strappi di una vita spesa a incoraggiare il marito nonostante tutto e a riservare un posto di secondo ordine alle aspirazioni personali: leggi laurea in Storia dell’arte e desiderio di aprire una galleria, che avrebbe tutto da guadagnare da un fiuto come pochi nello scoprire nuovi talenti.
In mezzo: tradimenti prima solo immaginati e poi consumati (un’affascinante dirimpettaia di Sally e Roy); soltanto vagheggiati (Sally nei confronti di Greg, suo datore di lavoro presso una delle gallerie d’arte più quotate in città: commovente - forse la scena più bella del film - la gioia della donna nel provare un paio di costosi orecchini che Greg vuole regalare alla moglie e per i quali ha bisogno di un parere femminile); un crimine fra i più vigliacchi.
Commentato da una non invadente voce narrante, Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni è una pellicola di ottimo intrattenimento alla quale spiace tuttavia non riconoscere piena soddisfazione: plasmati da Allen, certo, i personaggi, anche quelli di contorno, non possono non lasciare tutti il segno; il racconto oscilla senza fratture nette fra una prima parte più leggera e una seconda dai toni più drammatici, quando non tragici, e le battute divertenti non mancano, anche se francamente si possono contare sulle dita di una mano. Quello per cui ci si rammarica, e che di fatto inficia l’opera nel suo complesso, è la mancanza di un finale alle storie, umanamente appassionanti, di Alfie (che subirà la definitiva umiliazione nella decisione di far effettuare il test del DNA all’agognato figlio maschio), di Sally e soprattutto di Roy. Per loro nessuna illusione, solo scatole e scatole di medicine.

Regia: Woody Allen. Interpreti: Antonio Banderas, Naomi Watts, Anthony Hopkins, Josh Brolin, Gemma Jones, Freida Pinto, Lucy Punch. Titolo originale: You Will Meet a Tall Dark Stranger. Genere: Commedia romantica. Durata: 98 min. Produzione: USA, Spagna 2010

Originariamente pubblicato su Il Giornale di Puglia in data 11 dicembre 2010

domenica 21 febbraio 2010

Police Story


Il signor Chu è il più potente trafficante di droga di Hong Kong. Messi fuori combattimento i suoi uomini durante un’operazione di polizia e infine arrestato dall’ispettore Chan Ka Kui, la sola possibilità di garantirgli un lungo soggiorno nelle patrie galere è quella di rimettere in libertà la sua segretaria, Selina, e farla testimoniare contro di lui. Inutile a dirsi, sarà Chan a doversi fare carico della protezione del prezioso, e anche grazioso, teste.
Diretto da Jackie Chan, Police Story srotola fotogrammi ad alto tasso di partecipazione emotiva che scolpiscono sequenze che definire rocambolesche potrebbe non rendere assolutamente l’idea (splendida, senza mezze misure, la disintegrazione a colpi di automobili della baraccopoli a inizio film) e che rendono gloria alla storia del cinema d’azione con una figura di poliziotto, o meglio, di attore-regista, la cui temerarietà amoreggia con il sovrumano. Sì, attore-regista più che poliziotto: è infatti noto che Jackie Chan si mette in gioco in prima persona nei riguardi delle condotte più pericolose - tanto da conservare un Guinness dei primati per “Maggiori stunts fatti da un attore vivente” (fonte Wikipedia) –, e qui, nei panni dell’intrepido detective Chan, si esibisce in almeno due situazioni limite: l’inseguimento a piedi di un autobus con arrembaggio favorito dal manico di un ombrello e la discesa di cinque (se la dinamicità dell’azione non inganna lo sguardo) piani di un centro commerciale abbracciato a un palo fra cascate di scintille di un impianto di illuminazione trattato come peggio non si potrebbe (con buona pace, in quest’ultimo frangente, del pur ragguardevole Schwarzenegger di Commando).
Digressioni umoristiche da torte in faccia (tre, per la precisione, di cui due da parte della fidanzata May, subite dal risoluto funzionario in un arco di pochi minuti) non indeboliscono più di tanto l’avventuroso intreccio, riuscendo invece a maggiormente valorizzare una furia vendicatrice finale che non è neanche il caso tentare di descrivere.

Regia: Jackie Chan. Interpreti: Jackie Chan, Brigitte Lin, Maggie Cheung, Chor Yuen.
Titolo originale: Ging chaat goo si. Genere: azione. Durata: 101 min. Produzione: Hong Kong, 1985.

giovedì 14 gennaio 2010

Galaxy Quest


Per il gruppetto di attori che fino a una ventina di anni prima, tra la fine dei ‘70 e l’inizio degli ‘80, faceva chiudere in positivo i bilanci della rete che aveva in palinsesto quella gallina dalle uova d’oro che rispondeva al nome di Galaxy Quest - una serie di fantascienza che narrava le imprese, mai visitate dalla sconfitta, dell’equipaggio dell’NSEA-Protector - sono tempi assai duri: le luci della ribalta si accendono ormai solo per disegnare ombre sempre più diafane della gloria che fu su palchetti accomodati in occasione di apparizioni pubblicitarie o deliranti convention di fan, di fatto ultimi 'assi nella manica' per mettere insieme il pranzo con la cena. La frustrazione è poi acuita dal non riuscire, per nessuno di quegli artisti, a lavorare più da solo, con susseguenti piccole grandi invidie nei confronti di Jason Nesmith, ossia l’indomito capitano Taggart, l’unico che, talvolta, strappa qualche contratto soltanto a propria firma.
Ma la stella della celebrità si è stufata di stare a guardare: Galaxy Quest mandava in orbita gli ascolti non solo per modo di dire, dal momento che le puntate vengono captate da una razza aliena di autodistruttiva mitezza, i Thermiani, e lette come dei documentari atti ad autorizzare il reclutamento del personale di bordo della NSEA-Protector per porre fine alla tirannia dello spietato Sarris. Visto lo stato delle cose, e superato un primo più che comprensibile momento di 'sfasamento' nel passaggio da un set di compensato alla plancia di un astronave costruita secondo l’analisi scrupolosa di quei video provenienti da un mondo ancora libero, i protagonisti della serie si ritrovano così a fare tesoro dei tanti copioni mandati giù a memoria magari senza troppa convinzione per sopravvivere a bombardamenti a colpi di laser e mettere il sale sulla coda a extraterrestri ributtanti quanto molto poco socievoli.
Dean Parisot ha il pregio di non sciupare un soggetto accattivante e avente a bersaglio principale il mito, e il culto, di Star Trek imboccando la (apparentemente) comoda scorciatoia della parodia. Non un Balle Spaziali parte seconda, dunque, ma più un Tre Amigos nello spazio per una pellicola divertente e con parentesi di riflessione – oltre che di dramma – che una direzione accorta incastona senza che passino per posticce.
Attori convinti e convincenti, con menzione particolare per una Sigourney Weaver che tira fuori dall’armadietto una mise che guarda bene un periodo di licenza in lavanderia per la canotta impiastricciata di sudore e sangue del tenente Ellen Ripley.

Regia: Dean Parisot. Interpreti: Tim Allen, Alan Rickman, Sigourney Weaver.
Titolo originale: Galaxy Quest. Genere: Commedia. Durata: 102 min. Produzione: USA 1999.

domenica 18 ottobre 2009

John Rambo



Quando non è solo la Tigre a essere ancora viva. A 61 anni Sylvester Stallone si rimette in gioco e dopo un decoroso sesto e ultimo capitolo dedicato a Rocky Balboa, il pugile italo-americano che nel 1976 gli asfaltò la strada del successo illuminandola a giorno con tre Oscar, torna nuovamente a rivestire, schivando il ridicolo, gli iconici panni di Rambo, il soldato reduce dal Vietnam e babau di quell'America che non accetta i suoi figli tornati dal fronte, quasi fosse una colpa aver servito la Patria e soprattutto non aver avuto il riguardo di morire per essa.
John Rambo ora trascina la propria esistenza catturando cobra, che poi vende a organizzatori di prove di coraggio, e percorrendo in battello il fiume Salween a scopo pesca o, all’occorrenza, trasporto persone. Il luogo del buon ritiro è la Thailandia settentrionale. Poco distante, al confine con la Birmania, si consuma il genocidio del popolo Karen a opera dello spietato esercito birmano. John Rambo lascia che gli echi della sofferenza, delle esecuzioni sommarie e degli stupri all’ordine del giorno, turpi risultati di una guerra giunta ormai al sessantesimo anno di età, gli scivolino addosso insieme agli amari ricordi del suo passato di combattente, prima riconosciuto dal Paese e poi utilizzato per missioni dove, se gli fosse accaduto qualcosa, soltanto i parenti stretti avrebbero saputo della sua esistenza.
Nel villaggio dove vive arrivano un giorno dei missionari americani che domandano di lui, della "guida americana del fiume". Il capo spedizione, Michael Bennet, un dottore, gli chiede di accompagnarli sulla sua imbarcazione lungo il Salween fino al punto da dove potranno, a piedi, raggiungere le colline dove si rifugiano i Karen e portare loro medicinali, generi di conforto e Bibbie. Dall'ultima volta che si sono avventurati in Birmania i militari hanno minato molti sentieri e quindi la via dell'acqua è al momento quella più sicura.
Non se ne parla neanche: Rambo non vuole immischiarsi in queste faccende e fa pesare loro il fatto che non avendo armi difficilmente potrebbero cambiare il corso degli avvenimenti. Ma è un cinismo di facciata: ha solo paura di dare anche solo la minima chance di riscossa all'imprinting alla guerra che incancrenisce il suo DNA.
Piove, una pioggia senza argini che se sommergesse il mondo sarebbe meglio; Sarah, fidanzata di Michael, prova a persuadere quell'uomo così silenzioso e sfuggente:"Deve pur credere in qualcuno. Deve ancora importarle di qualcosa".
Piove, ed è una pioggia che scioglie anche le ultime incertezze. Il giorno dopo il gruppetto è in viaggio. Rambo, a poppa, manovra senza proferire parola. Il suo viso non sembra tradire alcun interesse per quello che sta facendo. Falso: non ha voluto compenso e tutte le fibre del suo essere sono tese a captare il minimo segnale di pericolo. Una barca di pirati birmani li intercetta e li abborda. Rambo ce la mette tutta per quietare gli animi, ma quando il capo di quella banda di tagliagole si accorge che fra i passeggeri c'è una donna accade solo e semplicemente quello che deve accadere. "La guerra è naturale, è la pace ad essere un evento anomalo. È questa la realtà. Quando vieni spinto a farlo, uccidere è semplice come respirare".
Il guerriero preme per risorgere e quando, a distanza di neanche un paio di settimane, Arthur Marsh, pastore della Chiesa di Cristo in Colorado, lo mette a parte che i missionari non hanno più fatto ritorno e che, avute informazioni dai guerriglieri Karen e raccolti i fondi necessari, ha ingaggiato un manipolo di mercenari per andare a liberare i suoi uomini dal campo di prigionia birmano, non esita ad accettare di accompagnare quei soldati di ventura lungo il fiume. Ma non è solo l'essere una "fottuta macchina da guerra" a spingerlo a tornare in azione: quella donna, Sarah, lo ha colpito profondamente con la sua incrollabile dedizione alla causa e qualcosa, forse l’amore, torna a visitargli il cuore dopo tanto, troppo tempo.
Fotografia sintonizzata sulle frequenze di un incubo a occhi aperti, raccapriccio e indignazione: Sylvester Stallone si addossa per la prima volta l'onere della regia di uno dei suoi personaggi più amati dal pubblico di tutte le latitudini e per chiudere degnamente l'affaire Rambo imbastisce una storia che scandaglia una realtà poco conosciuta a livello mediatico, fino a confezionare un film 'dell'orrore' di indubbia tenuta spettacolare.
Stazza e statura di un autentico Golem della guerra, Rambo si riconsegna definitivamente al suo mondo nella emozionante e brutale sequenza che vede il reduce trafiggere con frecce scagliate con sovrumana perizia i militari birmani che stavano per infamarsi con l'ennesimo crimine contro i Karen. Il guerriero è risorto e non può (più) opporsi al suo destino: prima che la parola "Uccidi" possa essere cancellata dalla sua fronte occorrerà che le mani si riscaldino fino ad avvampare e diventare tutt’uno con il manico di un mitragliatore.

Regia: Sylvester Stallone. Interpreti: Sylvester Stallone, Julie Benz, Matthew Marsden.
Titolo originale: Rambo. Genere: Azione. Durata: 91 min. Produzione: USA 2008.

Originariamente pubblicato, fatte salve alcune modifiche, su http://www.filmscoop.it/

mercoledì 16 settembre 2009

Batman: The Movie





Dal 1966 al 1968 la Fox produsse 120 puntate di una serie televisiva incentrata sulle gesta di Batman e del suo fedele compagno Robin, il ragazzo meraviglia. I telefilm, figli della deriva leggero-adolescenziale delle avventure a fumetti dell'uomo pipistrello operata tra la fine degli anni 50 e la prima metà dei 60, riscossero un forte successo, tanto da sedurre anche il grande schermo, che nel 1966 omaggiò i fan con un lungometraggio che trovava il suo punto di forza nelle funeste macchinazioni tramate per la prima volta all'unisono da quattro dei villains più rappresentativi del serial.
Batman: The Movie, diretto da Leslie H. Martinson, si scopre però nulla più che un sontuoso episodio fuori palinsesto, con inquadrature che fotografano dall'alto e in formato panoramico una inedita Gotham City e un Batman che può permettersi di penzolare in campo lungo dalla Bat-scala del Bat-cottero per saltare su uno yatch dal quale era arrivato un Sos.
La trama, che potremmo tranquillamente definire demenziale, vede il Dinamico Duo alle prese con il rapimento del Commodoro Schmidlapp ad opera dei più temibili criminali di Gotham: il Pinguino, Joker, l’Enigmista e Catwoman. Il diabolico scopo dei super malviventi è quello di sfruttare l’invenzione di Schmidlapp: un disidratatore in grado di prosciugare l’acqua contenuta nel corpo umano fino a trasformare il destinatario del trattamento in un mucchietto di polvere. Usato sui membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, avrebbe portato a un cospicuo riscatto per la loro riconversione in uomini. Questo il plot, dunque;lo svolgimento, in linea con le storie Tv, è puro delirio: colori sgargianti e da parco giochi, inquadrature sbilenche sui cattivi quasi a voler sottolineare un acceso disequilibrio mentale, riprese a 90 gradi di Batman e Robin che scalano muri rigorosamente in posizione orizzontale sul set, dialoghi che già racchiusi in una nuvoletta suonano ridondanti (un esempio su tutti: i due eroi, il commissario Gordon e il comandante O ‘Hara che commentano la fotolista dei criminali attualmente a piede libero su Gotham City), esplosioni di onomatopee sulle scazzottate.
Adam West (Batman) e Burt Ward (Robin) intelligentemente non fanno neanche finta di prendersi sul serio, in questo assecondati dal resto del cast, impedendo così al film di precipitare nel baratro del ridicolo e facendolo invece gravitare sul terreno della simpatica bizzarria. Che si premia anche di una capatina nelle regioni del cinema comico, in particolare del muto: a un certo punto Batman si trova a dover scegliere il posto più adatto per liberarsi di una bomba (tonda e dal colore nero) ma ostacoli in forma di suore, mamma con carrozzina, innamorati in barca e persino un gruppo di paperelle rischiano di fargliela scoppiare fra le mani.
Un Bat-consiglio, in chiusura: se ne trovate traccia nella programmazione delle varie reti, guardate Return to the Batcave: The Misadventures of Adam and Burt (2003). Si tratta di un film per la televisione che narra i retroscena del serial di culto ed è un autentico gioiellino.

Regia: Leslie H. Martinson. Interpreti: Adam West, Burt Ward.
Titolo originale: Batman. Genere: Azione. Durata: 105 min. Produzione: USA, 1966.

Originariamente pubblicato, fatte salve alcune modifiche, su http://www.cineboom.it/

sabato 5 settembre 2009

Scoop


A Londra le lucciole non passeggiano tranquille: archiviati gli agguati di Jack lo squartatore, devono sfuggire ai mortali approcci di colui che le prime pagine dei giornali hanno battezzato il “Killer dei Tarocchi”, per via di quelle carte da gioco lasciate accanto ai corpi delle vittime.
A investigare sul caso, Sondra Prensky, giovane e grintosa studentessa di giornalismo aiutata da un anziano illusionista, Splendini, nome d’arte di Sid Waterman. La soffiata circa l’identità dell’assassino seriale nella persona di Peter Lyman, tra gli esponenti di spicco dell’aristocrazia cittadina, arriva da fonte certa quanto assolutamente fuori dall’ordinario: Joe Strombel, giornalista costantemente sul pezzo e di grande autorevolezza… passato a miglior vita e sfuggito alla sorveglianza della Morte per comunicare a Sondra, durante un esperimento di smaterializzazione operato da Splendini, le congetture della segretaria personale di Lyman circa il proprio decesso per avvelenamento dopo aver iniziato a collegare i delitti con taluni atteggiamenti del datore di lavoro.
Concepire un capolavoro all’anno, o suppergiù, non è certo impresa alla portata di tutti i registi: Woody Allen per un generoso periodo di tempo ha mantenuto alta la bandiera; poi, fisiologicamente e 'umanamente', l’ispirazione ha dovuto tirare il fiato, e anche una delle personalità tra le più influenti della cinematografia mondiale ha dovuto così realizzare opere non all’altezza delle lecite aspettative, sebbene sempre più che dignitose. Ora, uno "storico" cambio di location - Londra al posto della consueta New York - sembra aver giovato alla sagace penna dell’autore di Manhattan e di Crimini e misfatti, che dopo aver ambientato nella metropoli inglese il drammatico e crudele Match Point, architetta un giallo-rosa che non soffre particolari difficoltà a mantenere desto l’interesse grazie a una vivace girandola di situazioni che ben amalgamano il comico al thriller, con punte di genuina suspense.
Scarlett Johansson, dopo il folgorante e sensualissimo esordio alla corte di Allen in Match Point, si conferma nuova musa del cineasta statunitense, ed è talmente deliziosa e funzionale nei panni dell'aspirante cronista sulle tracce dello scoop del secolo, e perdutamente innamoratasi dell'oggetto dello stesso, che Woody sembra defilarsi fin quasi a dividere la scena con lei in qualità di spalla di gran lusso, e il suo Splendini, investigatore controvoglia, è tenero e magnifico quando si appropria di prodezze fino ad allora a lui sconosciute, quelle dell’uomo d’azione, e spinge a tavoletta la sua auto per correre in aiuto di quella che ormai considera la figlia che non ha mai avuto, minacciata da Lyman (un accattivante Hugh Jackman) su una barca nel lago privato dell'uomo in una sequenza che ammicca al Chaplin di Monsieur Verdoux.

Regia: Woody Allen. Interpreti: Scarlett Johansson, Woody Allen, Hugh Jackman.
Titolo originale: Scoop. Genere: Commedia. Durata: 96 min. Produzione: Gran Bretagna/USA, 2006.

lunedì 10 agosto 2009

Alta tensione


In una rinomata clinica psichiatrica arriva, fresco di nomina a direttore, il dottor Robert Thorndyke, psichiatra di fama mondiale insignito anche del premio Nobel.
I pazienti dell’istituto appartengono tutti al bel mondo e le succose rette fomentano gli appetiti di medici che, sorvolando allegramente sul concetto di etica professionale, si coalizzano con successo per nascondere al mondo l’eventuale guarigione dei loro assistiti.
Il neodirettore non ci mette molto a capire che l’ambiente che lo circonda nasconde più di qualche magagna e, aiutato dall’autista dell’ospedale e dalla figlia di uno dei ricoverati, cerca di ristabilire, peraltro gravato da un’accusa di omicidio diabolicamente costruita a tavolino, una legalità che pare ormai versare in coma irreversibile.
Dedicato al maestro della suspense Alfred Hitchcock, come avverte la scritta prima dei titoli di testa, Alta tensione si rivela una parodia delle opere del regista inglese ammirevolmente non sbilanciata sul versante del 'vilipendio', grazie alla conduzione di un Mel Brooks misurato come non sempre altrove e qui impegnato anche davanti la macchina da presa nel ruolo di Thorndyke. Influenzata in particolare dalle suggestioni de La donna che visse due volte (Vertigo, in originale) per via dell’acrofobia – ossia la paura delle altezze – che menoma il quotidiano vivere di Thorndyke, la pellicola di Brooks patisce qualche gag non funzionale al contesto ma è solo un peccato veniale: la trama, dopo una partenza non proprio irresistibile, si segue con piacere, alternando il gusto per l’assurdo a momenti di irresistibile umorismo (che contemplano anche il cinema nel suo farsi) oltre a ineccepibili riproposizioni quasi frame to frame di momenti cult della filmografia hitchcockiana.

Regia: Mel Brooks. Interpreti: Mel Brooks, Madeline Kahn, Cloris Leachman.
Titolo originale High Anxiety. Genere: Comico. Durata: 94 min. Produzione: USA 1977.

martedì 4 agosto 2009

Milano calibro 9


Figura di assoluto prestigio nel (ei fu) panorama del cinema italiano di genere, Fernando Di Leo, ispirato da alcuni racconti di Giorgio Scerbanenco, firma con Milano calibro 9, che con La mala ordina e Il boss compone la celebre “Trilogia del milieu”, quello che da più parti viene considerato il suo capolavoro, e che un cultore come Quentin Tarantino esalta, forse con una punta di esagerazione o forse no, come “Il più grande noir italiano di tutti i tempi”.
Certo è che la storia di Ugo Piazza, scrupoloso manovale del crimine sul libro paga dell’ "Americano” - temutissimo boss che lo ritiene responsabile della sparizione di trecentomila dollari frutto dell’ultimo scambio illegale di denaro prima che il suo sgherro decidesse, a suo giudizio, di farsi catturare come un dilettante dopo una rapina e di assicurarsi così una vacanza di tre anni, con rigoglioso avvenire, a spese dello Stato - si traduce in esaltante visione (valgano per tutti i minuti iniziali, commentati unicamente da inquadrature calibrate come tocchi di bisturi che inseguono la montante musica composta da Luis Bacalov), mai avara di colpi di scena, navigata da squarci di violenza non appannati dal fare cassetta e accarezzata da un insopprimibile romanticismo di fondo.
L’interpretazione di Gastone Moschin nei braccati quanto ostinati panni di Ugo Piazza, poi, è semplicemente di quelle che possono consacrare una carriera.

Regia: Fernando di Leo. Interpreti: Gastone Moschin, Barbara Bouchet, Mario Adorf. Genere: Poliziesco. Durata: 97 min. Produzione: Italia, 1972.

sabato 18 luglio 2009

Outlander - L'ultimo vichingo




Malgrado il caldo che obnubila i sensi, non può sfuggire neanche all’attenzione dei meno smaliziati fra quelli che, aperto il giornale, scorrono con l'indice l’elenco dei film quanto quell’aggiunta italiana, “L’ultimo vichingo”, all’originale Outlander possa prestare il fianco allo scetticismo: nella stagione in cui è più facile smerciare le giacenze di magazzino, l’assonanza con il megasuccesso, datato 1986, Highlander: L’ultimo immortale potrebbe infatti preludere con scioltezza al bidone, fra l’altro dissimulato (o meglio evidenziato?) da una locandina di discreto impatto alla Conan il barbaro. A sorpresa, invece, l’esordio sul bianco telone di Howard McCain, già regista di premiati cortometraggi e di lunghi per la televisione, non avalla il peggio anche in virtù di una sceneggiatura che riesce a scavalcare con efficacia le secche di un’ispirazione fin troppo debitrice nei riguardi delle storie aventi a protagonisti due autentici mostri (in tutti i sensi) sacri del cinema di fantascienza: Alien e Predator.
Pianeta Terra, anno 709 d.C.: Kainan (un incisivo James Caviezel) è un extraterrestre la cui astronave va a inabissarsi in acque norvegesi. Il suo compagno di viaggio perisce nell’incidente e non c’è traccia del Moorwen, una creatura che si nutre di distruzione e che, clandestina a bordo, ha provocato il malfunzionamento dei comandi.
Catturato da una tribù di Vichinghi al comando di Re Rothgar, Kainan, le cui fattezze umane non ne tradiscono la provenienza, dovrà dimostrare, con non poche sofferenze, di non essere una minaccia per la vita della comunità e, una volta accettato all’interno della stessa, organizzare la trappola per porre fine ai massacri perpetrati dal Moorwen.
McCain accende la complicità con lo spettatore agevolando una progressione drammatica svincolata da ambizioni d'autore e che fa ancor di più risaltare un copione che, se pur di non primissima mano, come già accennato, riesce tuttavia a risparmiarsi qualche 'dovuto' - si veda la reale identità di Kainan, che non viene mai rivelata ai suoi nuovi compagni di vita nonchè alla bella e assai valente nell’uso delle armi Freya, figlia di Rothgar, della quale si innamora, ricambiato – e a imbastire un sistema di apprendimento istantaneo della cultura umana del periodo a uso e consumo dell’ospite da un altro pianeta che più doloroso sarebbe stato difficile immaginare.

Regia: Howard McCain. Interpreti: James Caviezel, Sophia Myles, Ron Perlman, John Hurt.
Titolo originale: Outlander. Genere: Fantascienza. Durata: 115 min. Produzione: USA 2008.